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A proposito di Cantalupo

Cantalupo è all’interno della vallata di Boiano, per non molti centri abitati molisani si può dire con altrettanta certezza a quale comprensorio sub-regionale appartengano. Solo alla grande (o piccola nel gergo dei topografi) scala sono individuabili delle unità geografiche chiaramente definite, mettiamo il bacino del Biferno o quello del Trigno, alla piccola (o grande che dir si voglia) è difficile ritrovare degli ambiti così ben riconoscibili come nel caso di quello matesino; vi sono Comuni a cavallo di più sistemi territoriali, prendi la stessa Campobasso che è “in bilico” tra il Tappino e il Biferno oppure Termoli che è sì parte del bacino idrografico del Biferno ma lo è anche del distretto della fascia costiera, per limitarci alle entità urbane maggiori. Quanto abbiamo appena espresso subito ci tocca smentirlo, o almeno metterlo in dubbio, ci si sta riferendo al termine vallata utilizzato all’inizio perché tale areale forse è meglio identificabile quale conca intermontana. Si tratta, infatti, di una piana, si concede, per aumentare la confusione, pure l’uso del vocabolo valle, stretta lungo tutto il suo perimetro da rilievi montuosi, dell’Appennino, cioè il Matese, e del Sub-Appennino, cioè la serie di emergenze montane che va dalla Montagnola a Monteverde, per cui è appropriata la denominazione conca. Una concavità che ha un’unica apertura la quale è il varco che il Biferno si ricava tra le colline all’altezza di Colledanchise da cui defluisce verso la marina.

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Prima di arrivare al punto, il punto è quello in cui si trova Cantalupo, occorre, comunque, un’altra precisazione la quale è che seppure si voglia chiamare questo territorio conca e non vallata, non siamo di fronte ad una concavità di forma circolare bensì allungata con una direttrice, perciò, preminente rispetto all’altra; nella conformazione dell’area si distingue un asse longitudinale molto più esteso di quello trasversale, coerente con l’andamento delle catene montuose che la delimitano il che fa sì che il fondovalle si sviluppi nello stesso verso in cui si susseguono i crinali dei monti. La longitudine, in definitiva, caratterizza questo spazio ed essa, a differenza della circolarità, presuppone che vi sia un inizio e una fine e Cantalupo, il suo agro, è giustappunto il momento iniziale di questa entità spaziale definibile tanto vallata per la sua longitudinalità quanto conca per l’essere chiusa, salvo la strettoia ai piedi di Colledanchise lo si ricorda, da cui fuoriescono le copiose acque del Biferno dirette al mare.

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È giusto definire Cantalupo il punto, sempre lui, in cui prende avvio il fondovalle matesino il quale per essere tale deve avere il connotato di luogo pianeggiante. Lo si sarà capito si è cambiato più volte il vocabolo non per il gusto di cambiare ma per la difficoltà oggettiva di trovare un termine appropriato per descrivere questo ambito. Cantalupo sta proprio, la sua porzione valliva, lì dove raggiunge il piano il Rio Bottone il cui alto corso percorre fino a quel momento una vallecola che prende avvio dalla Montagnola. Il Rio tocca terra, si fa per dire, poco prima di Cantalupo mentre il Callora che nasce nel versante contrapposto, quello del Matese, lo fa poco dopo Cantalupo il quale si viene a trovare così nel mezzo di una maglia idrografica; essa si verrà a chiudere in seguito allorché il Rio Bottone ed il Callora si incontreranno a Boiano confluendo di lì a poco nel Biferno. Questi due corpi idrici si possono definire piuttosto che meri affluenti dei precursori del Biferno perché quando vi si immettono esso è ancora allo stato embrionale essendo appena scaturite le sue acque dalle sorgenti. Pertanto Cantalupo a pieno titolo va classificato come un comune bifernino, non in maniera indiretta come sarebbe nel caso che il Rio Bottone e il Callora fossero degli immissari, quindi in un ordine idrografico corsi d’acqua secondari; invece è plausibile considerarli componenti dell’asta fluviale bifernina, non semplici appendici, in quanto il loro apporto alla portata del fiume alle sue origini è significativo. È corretto affermare che Cantalupo è all’inizio e non alla fine, la fine è Guardiaregia, è indiscutibile, i flussi delle acque che si riversano nella piana si dipartono da qui, lo abbiamo visto.

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Si va dal Valico di Castelpetroso alla Sella di Guardiaregia e non viceversa, il Quirino è un accidente, va per conto suo, interseca la valle senza interagire particolarmente con essa, raggiunge il Biferno molto dopo che esso ha lasciato la piana di Boiano (così è conosciuta sia perché Boiano ne è al centro sia perché è il centro più grosso). Finora si è discusso dei limiti contrapposti del circondario vallivo, esaminando questa unità morfologica nel senso della lunghezza, adesso occorre fare un cenno anche al senso della larghezza. Nell’intorno di Cantalupo la valle si restringe, addirittura al Valico di Castelpetroso la Montagnola e il Matese si vengono a toccare. Cantalupo è molto più vicino a Macchiagodena in linea d’aria di quanto lo sia Campochiaro da Vinchiaturo, coppie di paesi che stanno rispettivamente nell’ala ovest e in quella est della vallata. Cantalupo, in definitiva, occupa un posto di rilievo, non certo marginale, in questo episodio così netto della geografia del Molise, lo si rimarca non c’è niente di simile in giro per la nostra regione in quanto a facilità di identificazione, è l’introduzione alla vallata o come la si desidera chiamare.

La Taverna di Cantalupo

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L’ambito di osservazione è la località Taverna. Lo stesso nome ci rivela che qui c’era una taverna, anzi tre delle quali una sola è sopravvissuta almeno come manufatto architettonico. Che ci sia una simile attività in questo luogo è scontato perché è l’intersezione tra due importanti direttrici di comunicazione. Le taverne, va premesso, esistono fin dall’epoca degli antichi romani e sono di due tipi, quelle destinate al semplice cambio dei cavalli, cioè alla mutationes e quelle in cui è possibile usufruire di una pluralità di servizi, dalla riparazione del mezzo di trasporto all’accoglienza per la notte o al ristoro per viaggiatori, conducenti e pure per le bestie, cioè che contengono una serie di mansiones. Tale seconda tipologia di taverna sta preferibilmente in prossimità di centri urbani che diventano punti-tappa del tragitto che si deve compiere, l’altra anche in campagna come si ritiene avvenga a Cantalupo. Le taverne sono pure in funzione della transumanza, il tratturo Pescasseroli-Candela passa proprio di qua, e del servizio postale il quale, peraltro, era gestito, in appalto, dalla cantalupese famiglia De Gaglia. In definitiva, non è certo un caso che nella presente località vi siano taverne, lo si ripete, essendo un importantissimo incrocio viario. Oggi è presente qui una rotatoria, ormai ce ne sono varie lungo la Statale 17, di cui una, quella di Campochiaro, è come la nostra in quanto smista le auto tra quattro bracci stradali, quindi stanno in quadrivi, mentre a Boiano e S. Massimo coincidono con dei bivi, non con dei crocevia e, pertanto, sono finalizzate a rallentare il flusso dei veicoli diretti, rispettivamente, verso un agglomerato abitativo di consistenti dimensioni e in direzione di una delle principali mete turistiche molisane, aventi quindi lo scopo di rallentare la velocità e consentire una immissione sicura.

A Cantalupo le strade che si incontrano, perpendicolari all’arteria nazionale di fondovalle, conducono l’una verso il comprensorio che fa riferimento a Frosolone, una molteplicità di Comuni, e l’altra a Roccamandolfi, un unico Comune. È da sottolineare la singolarità del rapporto duale fra Cantalupo e Roccamandolfi che non si ripete in nessun altro posto del distretto matesino, Cantalupo che sta in basso, il suo agro si sviluppa in parte nel piano, e Roccamandolfi che è in alto, il suo perimetro comunale è interamente montano, l’uno è a valle l’altro è a monte. Una sovrapposizione altimetricamente parlando di due sedi umane che non si ritrova in nessun altro settore del Matese, vale la pena ribadirlo. Ciò avviene in coincidenza con una discontinuità nell’andamento morfologico del massiccio montuoso. La striscia di territorio in cui ricade Roccamandolfi e, a cascata perché è più giù, Cantalupo separa il Matese orientale da quello occidentale. Il percorso che si diparte da Taverna e supera Cantalupo attualmente ha quale termine Rocca, così comunemente viene chiamato questo paese, invece in passato quando si camminava a piedi o a dorso di mulo la traiettoria di spostamento era assai più lunga.

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È da presupporre che da Le Crete essa si dirigesse verso S. Maria delle Fratte, una chiesetta/santuario sanmassimese per poi inerpicarsi seguendo il Vallone S. Nicola presidiato dall’omonimo cenobio benedettino dove c’è una fonte e raggiungere Campitello da cui mediante il Vallone di S. Massimo si arriva in Campania. È un itinerario che ha un valore strategico perché è centrale nella catena dei monti del Matese, il valico per così dire ufficiale che è Sella del Perrone è decentrato. Il transito mediante questo “cammino” si direbbe oggi oltrepassa il Matese nel suo baricentro garantendo la percorrenza più corta oltre che razionale tra il Tirreno e l’Adriatico, il suo momento di smonto nel versante molisano, la Taverna di Cantalupo appunto, è a metà strada tra Isernia e Boiano, ambedue ragguardevoli insediamenti sanniti prima e poi municipi romani. A suffragare il fatto che fosse assai frequentato vi è la presenza della già nominata cappella cui era collegato un ospizio, sia pur minimo, a disposizione dei viandanti e alle Fonti di S. Nicola il nucleo monastico dell’Ordine di S. Benedetto, un precetto del quale Santo è l’ospitalità.

In tale traversata S. Maria delle Fratte assume il suolo di focal point perché vi è uno stradello che conduce a S. Massimo e, di conseguenza, a Boiano e uno a Cantalupo per poi proseguire verso Isernia. Taverna presenta la favorevole condizione orografica di essere pianeggiante il che ha portato ad accostarsi alla strada cui si è aggiunta la ferrovia di strutture produttive, dalla fabbrica di laterizi al lanificio, trasformatosi in caseificio, al pastificio, di attività artigianali, un’officina per la lavorazione del marmo, commerciali, un alimentare e una rivendita di funghi, ristorative, residenziali, anche seconde case. Talmente estesa è l’area del laterificio con i suoi depositi di materia prima e di prodotti finiti, stradine interne, cortili che si rese necessario spianare anche un po' della collina retrostante. La sua altissima ciminiera costituisce un segno davvero caratteristico del paesaggio, una testimonianza molto ben visibile della protoindustria, della fase di prima industrializzazione che anche noi abbiamo vissuto; esso è un segno paesaggistico e anche un segno culturale rappresentando un esemplare significativo di archeologia industriale, una rarità nella nostra regione.

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Iniziamo dicendo che il campanile affianca la chiesa parrocchiale il che non è una cosa scontata, ad esempio a Campodipietra è distanziato da essa, ed è allineato con la facciata della stessa e pure tale fatto non è la prassi assoluta, vedi le famose chiese romaniche di Campobasso, S. Giorgio e S. Bartolomeo, dove è arretrato rispetto al fronte dell’edificio religioso; a quest’ultimo proposito, quello dell’allineamento della torre campanaria alla parete d’ingresso al luogo di culto, si evidenzia che tale disposizione è obbligatoria quando i campanili sono due, ovviamente uno su un fianco l’altro sull’altro (ripetizione voluta), succede nel Santuario di Castelpetroso come possono riscontrare, vista peraltro la distanza ridotta del sito Mariano, gli abitanti di Cantalupo la frequentazione dei quali del Santuario è, perlappunto, frequente. C’è da aggiungere che se il campanile è “attaccato” all’architettura chiesastica è staccato da tutto il resto come, del resto, lo è la chiesa; essi vengono a formare un tutt’uno e nel medesimo tempo un isolato urbano a sé stante.

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Visto che ci siamo, cioè che abbiamo toccato il tema dell’organizzazione urbanistica ci soffermiamo un attimo su questa per accennare al castello che sorgeva proprio di fronte al campanile separato da questo dal tratto finale del percorso che introduce alla piazza De Maio, la cui mole doveva essere evidentemente grossa e, magari, avere una torre difensiva che rivaleggiava nello skyline cittadino con la torre campanaria. È bene fare un ulteriore puntualizzazione in riguardo al rapporto tra campanile e chiesa che è la seguente: l’insieme, per quanto detto in precedenza si può usare anche il termine unità, è fatto tanto altimetricamente quanto planimetricamente, salvo le coperture dei due corpi di fabbrica, da linee e angoli retti, la chiesa ha la pianta rettangolare e il campanile quadrato, non vi sono segmenti curvi né nella chiesa, l’abside non è curvilineo, né nella torre campanaria, configurazione geometrica che, in verità, costituisce per quest’ultima la normalità, l’eccezione è rappresentata nell’area del Matese dal campanile semicircolare della parrocchiale di S. Polo.

Rimanendo nel comprensorio matesino è interessante, perché fa emergere una particolarità significativa, la comparazione in riferimento alla coppia chiesa-campanile con quanto accade a Castelpizzuto dove in comune le due strutture architettoniche appaiono avere il basamento, il campanile distaccandosi dalla struttura ecclesiastica con la quale, lo si ripete, condivide il livello basamentale, dal secondo livello in su mentre a Cantalupo sono anche figurativamente cose indipendenti, per così dire da terra a cielo, nonostante siano, lo si rimarca di nuovo, spalla a spalla. Il campanile, ce lo rivelano i sottili marcapiani, al suo interno ha tre orizzontamenti, vale a dire solai i quali assicurano i collegamenti orizzontali che rendono stabile l’organismo strutturale, non è cioè una torre cava. Al di sopra della cella campanaria, alla quota alla quale è impostato il tetto, conclusa, quindi al di sotto di tale quota, tale terminazione da una fila di archetti ciechi come nelle architetture in stile romanico, è un particolare da apprezzarsi, vi è una serie di colonnine non collegate fra loro a differenza di quanto succede in una balaustra dove sono unite da una ringhiera o da un parapetto in muratura. Balaustra che non ha ragione di esserci perché non c’è un camminamento che corra intorno al campanile a questa altezza dal suolo; questi pilastrini non li si possono interpretare quali pinnacoli sia perché non sono sufficientemente alti e aguzzi sia perché le guglie stanno di solito negli angoli, non tendono a dar luogo a sequenze.

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Potrebbero, comunque, essere scambiati per merli, errore cui c’è il rischio che si incorra perché elementi che si addicono appieno ad una torre che, però, qui è campanaria e non difensiva. Il tetto del campanile è di tipo piramidale, non a bulbo o cipolla come quelli bellissimi della Cattedrale e di S. Maria del Parco nella vicina Boiano, il capoluogo di fatto di questo circondario; la predetta piramide, continuando nel raffronto, non è rivestita con piastrelle di ceramica, ma ha l’estradosso costituito da una distesa di conci di pietra a facciavista, lo stesso materiale di cui è fatta la superficie della cella campanaria. La copertura e la cella campanaria unificate dall’utilizzo degli identici blocchetti lapidei nell’estradosso appaiono così come un corpo autonomo, differenziandosi dalla parte sottostante del campanile; si viene, in qualche modo a configurare un tempietto sopraelevato, tempietto perché ha un assetto strutturale puntiforme, nel templio i punti coincidono con le colonne, qui con i pilastri angolari della cella campanaria (certo, sarebbe stato meglio se fossero stati pilastrini). Oppure lo si può leggere la cella campanaria come una loggetta. Al contrario che nel predetto simil-templietto le facce del campanile, prive di vuoti, per i due primi livelli sono intonacate alla stessa maniera della chiesa e ciò contribuisce ad omogeneizzarne l’aspetto. In definitiva, sono distinguibili due blocchi, l’accoppiata in verticale cella campanaria-copertura e la coppia in orizzontale i due piani inferiori della torre-facciata della chiesa. Più in basso della cella campanaria vi è l’orologio nel lato rivolto verso la piazza e quindi verso il borgo storico e a scendere una lapide in ricordo del rifacimento del campanile nel 1970 da parte della comunità nella sua globalità, cui segue la lastra con i nomi dei Caduti della Grande Guerra. Il precedente restauro della torre campanaria era stato effettuato alla fine del XIX secolo a devozione delle sorelle Rosina, Teresa e Amalia Petrecca come ricordava un’iscrizione poi rimossa.

Il Monumento ai Caduti di Cantalupo
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L’unico monumento presente a Cantalupo è quello ai Caduti, non ve ne sono altri, mettiamo l’effigie di un uomo illustre cantalupese; ad esempio, ad Alfonso Perrella è stata dedicata una piazza senza, però, erigervi il busto. L’unica statua è quella a Padre Pio che sta all’ingresso del paese. È quello alle vittime della Grande Guerra un monumento particolare, non è una scultura, piuttosto potrebbe sembrare il piedistallo di un’opera scultorea se non fosse che la statua che sorregge, l’aquila simboleggiante la vittoria alata è, in verità, una statuetta; ambedue, il piedistallo e la statuina sono in pietra. Si vuole dire che se si trattasse di un piedistallo esso risulterebbe sproporzionato rispetto alla scultura che è chiamato a sostenere ed, in effetti, non è un piedistallo bensì un monumento in sé stesso, non è perciò a supporto di qualche creazione artistica collocata in cima. Esso richiama la stele funeraria, in questo caso maggiorata, con rimandi anche agli antichi obelischi, un obelisco in scala ridotta. Non è una colonna o un pilastro perché è un elemento troncopiramidale seppure di sviluppo molto allungato. Data tale conformazione le sue facce sono inclinate, di poco ma inclinate, in tutto sono 4 di cui una è priva di incisioni, inclinazione così limitata che non rende difficile affatto la lettura dei nomi di coloro che sono periti durante i 2 conflitti mondiali, militari e civili. Va detto che, pur essendo stati concepiti per onorare i morti dell’evento bellico del ’15-’18 in tanti comuni italiani a questi si è aggiunto l’elenco di coloro che hanno perso la vita durante la Seconda Guerra Mondiale.

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C’è una spiegazione a ciò ed è perché essenzialmente questi monumenti non sono stati eretti per celebrare la vittoria, l’ultima guerra la abbiamo persa, bensì per commemorare le giovani esistenze spezzate a causa dei combattimenti. In definitiva è una sorta di cippo intorno al quale si coagula la memoria della collettività in lutto per i propri compaesani deceduti in battaglia e non, una specie di archivio comunitario, non cartaceo ma lapideo. Per quanto riguarda i soldati e le altre persone perite nell’ultimo conflitto mondiale in maniera integrata, cioè non sopraggiunte a quelle del conflitto precedente ciò è dovuto al fatto che esso è stato realizzato dopo, alcuni decenni dopo, la fine della Seconda Guerra Mondiale e non della Prima. È da rilevare che oggi i nomi si sono sbiaditi per cui il Comune ha adottato, come rimedio, la realizzazione di una lapide con i nomi di quanti sono caduti nella Grande Guerra apposta su una parete del campanile il quale così, lo si evidenzia incidentalmente, viene a configurarsi quale torre civica e non solo torre campanaria a servizio dell’edificio di culto, nella predetta fattispecie il culto sarebbe quello delle virtù civiche le quali sono a sé stanti, non congiunte con quelle di natura religiosa.

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L’obelisco, ritorniamo alle fattezze dell’obelisco, è adornato da un bassorilievo marmoreo dove sono raffigurati 2 militi di cui uno ferito che sta sdraiato, l’altro che lo sorregge, dunque non esaltazione di un successo militare, all’opposto manifestazione del sentimento di compassione. Si sottolinea che non è una regola quella della rappresentazione di figure umane in un Monumento ai Caduti, non tutti ce le hanno, e che i personaggi che compaiono in tali rappresentazioni siano in divisa, uno di questi ha quella di bersagliere. L’obelisco o stele che dir si voglia ha un basamento calcareo a forma di tronco di piramide il quale, manco a dirlo, ha una base più ampia dell’obelisco che vi è poggiato sopra. A sua volta tale “zoccolo” sta sopra un cumulo di terra all’interno del quale sono ricavati 3 gradini per avvicinarsi ad esso nelle manifestazioni ufficiali e deporre corone di fiori, altrimenti l’avvicinamento della popolazione è impedito o meglio scoraggiato dalla recinzione, pur bassa, che lo contorna. L’obelisco sta in un luogo che in origine doveva essere il Parco delle Rimembranze in base ai dettami di legge uno spazio alberato con altrettanti alberi quanti erano i Caduti, ognuno con una targhetta con inciso il nome del perito.

Adesso in questo, di nuovo, luogo c’è un prato che assicura il decoro di tale opera commemorativa rivelando il permanere del rispetto verso i defunti per la Patria; non ovunque succede così, si prenda la vicina S. Massimo dove le piante sono state abbattute e la superficie è stata pavimentata per favorire la circolazione e la sosta delle auto per cui lì il Monumento ai Caduti risulta ormai spaesato. Il verde circostante all’obelisco di Cantalupo assicura la quiete la quale, a sua volta, favorisce lo svilupparsi di riflessioni sulle conseguenze nefaste delle guerre, sulle distruzioni anche delle famiglie che esse apportano. Di per sé questo artefatto artistico che assomiglia ad una guglia solamente che è messa a terra oppure ad un pinnacolo posto a livello del suolo appare come una cosa di ridotto rilievo non solo visivo, mentre se viene visto nel contesto vegetato, un giardino “all’inglese” in cui è inserito acquista una notevole pregnanza. Molto meglio riuscita è la soluzione adottata a Cantalupo e le sensazioni conseguenti che lo straneamento che si avverte di fronte all’obelisco che ricorda i martiri a Agnone il quale situato com’è in un crocevia assomiglia ad uno spartitraffico, non ce ne voglia l’Atene del Sannio.

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