Il Matese è stato oggetto di interessi differenti a partire da quello scientifico il quale è stato lo stimolo iniziale per la conoscenza di questa montagna prima di allora, siamo nel XVIII secolo, frequentata solo da pastori e boscaioli e magari cacciatori. Solo nella seconda metà dell’Ottocento, anzi alla fine di questo secolo, cominciò ad affermarsi la passione per il paesaggio montano che nata sulle Alpi investe pure l’Appennino. Numerosi sono i resoconti scritti di escursioni nel massiccio matesino, i quali vengono a costituire quasi un genere letterario. I vari autori puntano l’attenzione su aspetti diversi, da quello naturalistico (alcuni accenni nello scritto di Beniamino Caso) a quello sociologico, cioè le condizioni della popolazione locale, che si coglie nello scritto del celebre meridionalista Giustino Fortunato. C’è pure una fioritura di studi antropologici come quelli di Luigi D’Amato di Campochiaro e di Luigi Manfredi di S. Massimo i quali raccolgono le leggende ambientate in questo comprensorio. Del Matese si occupano in molti, dai naturalisti ai letterati fino ai geografi ed è il caso di Federico Del Re di Cantalupo, il quale fu anche ministro del governo borbonico dopo la repressione dei moti del ’48; al Del Re venne in mente di verificare l’altezza effettiva di Monte Miletto stabilendo che la misura è 2.050 metri e per fare ciò usò come quota di riferimento quella del mare non fidandosi di altri punti per la sua campagna di rilevazione. Abbiamo parlato dell’altitudine della maggiore cima matesina la quale fu la vera scoperta di quell’epoca perché, essendo un luogo improduttivo a causa del cotico erboso troppo sottile, i montanari non la frequentavano. Non è che si trattasse di una vetta inviolata, ma se non fosse stato per i borghesi amanti delle camminate alpestri essa sarebbe rimasta un posto poco conosciuto. Invece, a partire da quegli anni salire fin sul colmo di Monte Miletto che è uno dei pochi 2.000 metri dell’Italia meridionale è diventato un motivo di orgoglio per gli escursionisti.

Escursionisti, va detto, solo maschi in quanto fino a tempi recenti non vi era partecipazione femminile alle gite montane. La cima di Monte Miletto, riprendendo il discorso, si trasforma in punto simbolico che è stato dissacrato negli ultimi decenni dall’ubicazione lì di antenne e ripetitori per le trasmissioni radiotelevisive; per fortuna che alle alte quote il vento è eccessivo, altrimenti avremmo visto qualche proposta di installazione di pale eoliche investire il vertice della montagna. Neanche gli impianti funiviari della stazione di sports invernali di Campitello hanno osato spingersi fin sopra la vetta di Monte Miletto rimanendo, il più alto, ai piedi dell’anfiteatro, cioè il circo glaciale, e anfiteatro è, appunto, il nome di questa seggiovia; le ragioni non devono essere state, comunque, quelle del rispetto della vetta, bensì difficoltà tecniche. La funivia che funziona anche d’estate è bene che non posa trasportare i turisti proprio in cima perché quel percorso che essi devono compiere dalla stazione di smonto al culmine di Monte Miletto, peraltro non impegnativo, dà loro la sensazione della conquista della vetta. Il metallo, in verità, apparve sulla sommità del rilievo più alto del Matese già un secolo fa con la realizzazione di una grande croce e ciò sta ad evidenziare che anche dal punto di vista religioso le vette hanno un significato particolare. Esse sono sentite come i posti della Terra maggiormente vicini a Dio, però non deve essere stato sempre così in quanto esse costituiscono un’apparizione piuttosto recente (da noi si è detto 100 anni fa) sulle cime delle montagne. Inoltre, questo deve essere un sentimento esclusivamente dei fedeli del credo cattolico e non di tutte le fedi come dimostra l’assenza di segni rappresentativi di altre divinità nelle nazioni di osservanza islamica o buddista. Una parte della sommità di monte Miletto è identificata quale cima croce e peraltro questo è l’unico toponimo riscontrabile a tale quota dove l’uomo non avverte il bisogno di attribuire nomi ai posti in quanto li frequenta scarsamente. Sulla vetta accanto alla croce nello stesso periodo venne costruito un piccolo riparo dalla Società Meridionale di Alpinismo, mentre nei primi decenni del ‘900 un’altra Società Meridionale, ma questa volta per l’elettricità edificò il rifugio di Campitello poi divenuto di proprietà dell’Ente Provinciale del Turismo: i rifugi possono essere considerati, in qualche modo, la materializzazione dell’alpinismo il quale non si concretizza se non con i rifugi e con la rete sentieristica, le uniche infrastrutture di cui ha bisogno la seconda delle quali è però qualcosa di molto labile formati come sono i sentieri dall’usura dovuta al passaggio di uomini e animali.

I sentieri non sono manufatti antropici, è vero, comunque, oggi sono diventati una cosa non costruita, ma attrezzata dall’uomo che li ha arredati con i cartelli i quali sono comparsi numerosi sul Matese, dovuti all’opera del CAI e delle Comunità Montane di Boiano e di Isernia. La segnaletica escursionistica risale a non molto tempo fa e costituisce un nuovo settore di attività delle sezioni molisane del Club Alpino Italiano. Quest’ultima è un’organizzazione assai antica anche nella nostra regione dove è stata costituita nel 1885 e alla sua inaugurazione venne effettuata un’escursione sul Matese a sancire il suo stretto legame con la montagna forse più rappresentativa del Molise. Seppure in origine il CAI era formato da esponenti dei ceti più elevati tanto che alla sua costituzione il consiglio direttivo ebbe il privilegio di essere ricevuto in Prefettura, istituzione all’epoca sicuramente non incline ad aprirsi alle classi popolari, esso in quanto associazione dimostrava il desiderio delle persone di partecipare a finalità comuni. Lo spirito partecipativo si andava affermando nel nostro Paese con la nascita negli stessi anni dei partiti politici. Il clima democratico si diffonde e così alle gite in montagna cominciano a prendere parte pure rappresentanti delle categorie impiegatizie (si legga il racconto di Luigi Manfredi). Gli ideali non sono più quelli romantici dell’aristocrazia dell’immersione nella natura, ma quelli più tranquilli e, per certi versi banali della piccola borghesia la quale è per definizione lontana dagli eccessi: lo immaginate il parroco di S. Massimo, uno dei partecipanti alla gita descritta dal Manfredi, voler scalare una vetta? Sarà il Fascismo, esaltatore delle gesta eroiche, a promuovere una visione dell’alpinismo quale sfida alla montagna. Nel Ventennio fascista si ha, da un lato, un risveglio dell’alpinismo che attira sempre più praticanti e, dall’altro lato, il condizionamento di questa attività da parte della retorica del regime. A dimostrazione che il vero alpinismo non ha nulla in comune con le idee fasciste c’è la scomparsa della sezione CAI di Campobasso la quale nonostante fosse stata una delle prime cinquanta sorte in Italia si scioglie e si trasforma in una sottosezione di quella di Roma. Nasce con sede a Boiano un altro sodalizio che conterà molti iscritti, gli Scarponi del Matese il quale a differenza del CAI è inquadrato all’interno delle strutture organizzative fasciste; il suo fondatore è l’avvocato Ugo Gentile il quale è pure Moschettiere del Duce. Dopo la seconda guerra mondiale tarda a ricostituirsi la sezione CAI di Campobasso la quale ha una forte ripresa a partire dalla seconda metà degli anni ’80 del Novecento ed emblematicamente, per i valori che porta con sé, la nuova fase fondativa può essere fatta coincidere con la prima edizione del Camminitalia, un percorso quello molisano che attraversa tutto il comprensorio matesino, percorso che viene fatto in gruppo e non impresa individuale, quella del « super uomo ». Non è più il CAI di una volta: da una parte si ha una divaricazione tra alpinismo ed escursionismo il quale trova il suo campo di applicazione nell’Appennino, cioè montagne del tipo del Matese, e dall’altra parte l’escursionismo che è praticato dalle sezioni del Sud acquista una dignità pari a quella dell’alpinismo che, invece, è specifico delle Alpi. L’andare in montagna perde il carattere di un fatto elitario, tutti possono partecipare alle gite del CAI molte delle quali sono programmate dalle sezioni campane, pugliesi e molisane sul Matese.

Non è, ad ogni modo, che non esistano pure nella catena appenninica itinerari di differente difficoltà la quale è legata spesso alla quota altimetrica che impone inevitabilmente una selezione degli escursionisti permettendo solo ad alcuni, i più preparati, di poter procedere verso l’alto. Il CAI che ha quale finalità principale quella della conoscenza della montagna ammette quale modo di avvicinamento all’ambiente montano anche le mountainbike e lo sci di fondo, accanto alla camminata a piedi, che si praticano pure sul Matese. Invece gli spostamenti in motoslitta, un’attrazione turistica di Campitello, non possono essere inclusi tra i modi corretti per conoscere le caratteristiche naturalistiche della montagna a causa, innanzitutto, del rumore. La comprensione dell’ecosistema montano passa pure per l’arrampicata, le cui tecniche sono indispensabili specie per affrontare le pareti dei monti alpini. L’associazione Molise Avventura ha attrezzato una parete rocciosa tra Boiano e Civita Superiore dove tiene lezioni di arrampicata le quali vanno intese sia quali corsi preparatori all’alpinismo (che abbiamo visto si fa innanzitutto sulle Alpi) sia quali rudimenti per l’approccio a questa disciplina sportiva che si va diffondendo sempre di più, specie tra i giovani. È stato l’occhio esperto di Riccardo Quaranta, istruttore di arrampicata ed animatore di Orizzonti Verticali, a capire le potenzialità arrampicatorie di quel masso roccioso chiamato « donna Mira », simile ad un monolite che era, peraltro, scarsamente visibile perché avvolto da vegetazione arbustiva, dalla quale, poi, per mezzo del lavoro di volontari è stato liberato. Il Matese, in definitiva, offre una pluralità di modi di frequentazione, anche quelle con il cavallo che si può noleggiare a Campitello presso lo stazzo delle Criniere del Matese, e un vasto numero di itinerari. Tale numero sembra non esaurirsi mai per cui ci sono escursionisti che per tutta la vita frequentano il Matese; si instaura in molti un legame addirittura sentimentale con questo complesso montuoso. Escursionisti tanto del versante molisano che di quello campano (vi è una sezione CAI a Piedimonte d’Alife con tanti iscritti) che si sentono attaccati al Matese senza distinzione tra la parte ricadente in Campania e quella appartenente al Molise; è un po’ la stessa cosa che succede ai pastori perché le bestie non conoscono i confini amministrativi tra le due regioni. Il Matese non è un luogo di confine, piuttosto un fatto che unisce. L’identità matesina, vedi i marchi di moltissime attività commerciali e artigianali di Boiano e di Piedimonte che usano come richiamo la parola Matese, a volte è più forte di quella regionale; per capirci, non si sa quando si legge, mettiamo, un’insegna con la scritta « latticini del Matese » se ci troviamo in un paese del lato campano o di quello molisano. C’è poi la letteratura, le descrizioni delle gite del passato sono autentici brani letterari, insieme al folklore popolare ad aver contribuito a creare l’identità matesina, se non un vero e proprio mito del Matese, una sorta di “montagna sacra” (i villaggi turistici di Campitello e di Bocca della Selva sono, da questo punto di vista, una profanazione). Il Matese ha un carattere unitario, per cui questo nome sopravvalica nel sentire comune quello dei singoli rilievi che lo compongono (la Gallinola, il colle Tamburro, il monte Mutria, ecc.). I residenti dei comuni ai piedi del massiccio non dicono vado in montagna, ma vado sul Matese, quasi che i due sostantivi si equivalgano e ciò conferma la forte personalità di questo elemento morfologico. Comuni di entrambi i versanti per distinguersi da altri omonimi si sono dovuti dotare di un cognome che è costantemente Matese, vedi S. Polo e Gallo. Riprendiamo il discorso sui diversi interessi legati a questa montagna nel punto in cui lo avevamo interrotto che è quello dell’interesse escursionistico sviluppatosi a iniziare dalla fine del XIX secolo, aggiungendo che ciò coincide con la fine del fenomeno del brigantaggio il cui strascico si ha con il tentativo insurrezionale della Banda del Matese guidata da Errico Malatesta e Carlo Cafiero represso dai carabinieri. L’escursionismo, per certi versi, rappresenta la riconquista di questa montagna che era diventata la tana di pericolosi briganti nel periodo post-unitario e quindi luogo repulsivo alla frequentazione umana. La passione per le gite in montagna coincide anche con l’aumento del tempo libero a disposizione che è un fatto tipico dell’età moderna. Tutta l’evoluzione successiva degli interessi collegati alla montagna è connessa con questa accresciuta disponibilità di tempo libero la quale spiega anche la nascita delle stazioni di sports invernali di Campitello e di Bocca della Selva. Un’altra grande novità del periodo contemporaneo è l’affermazione della coscienza ambientalista che spinge alla tutela del paesaggio e dei beni culturali. Il vincolo paesaggistico del comprensorio matesino risale al 1974 ed esso viene reso più stringente dai piani paesistici, due degli otto redatti dalla Regione, il n. 3 e il n. 5, imposti dalla legge Galasso la quale segna l’avvio di una tutela non puntiforme del territorio bensì complessiva, basata non più sui valori estetici, ma su quelli ambientali. Questo tipo di salvaguardia che è esteso all’insieme delle componenti del paesaggio va accompagnato da azioni di valorizzazione che solo l’istituzione del parco può avviare, non importa molto se regionale, come ha fatto la Campania, interregionale o nazionale. Una spinta forte alla conservazione dell’integrità del Matese dovrebbe venire dalla consapevolezza che nelle sue cavità sotterranee sono contenuti imponenti bacini idrici che alimentano importanti acquedotti molisani (presto si aggiungerà l’Acquedotto Molisano Centrale che porta l’acqua a Termoli) e, tramite la galleria del Matese, campani. Ciò per via del carsismo il quale non è affatto un connotato nascosto della nostra montagna in quanto è ben visibile in superficie; si prenda l’ingresso del Pozzo della Neve, simile alla bocca di un vulcano, che sta vicino ad una strada forestale. Il paesaggio carsico è assai vario manifestandosi oltre che con le aperture dei numerosi inghiottitoi con le doline (ad esempio Campo dell’Arco) e le forre tra cui la celebre gola del Quirino. Insieme al carsismo a determinare l’assetto paesaggistico del Matese è stato il modellamento glaciale. I suoi cerchi glaciali che sono le tracce di antichi ghiacciai sono tra le testimonianze poste più a sud in Italia dell’ultima glaciazione che avvenne nel Quaternario; oggi che si parla tanto di cambiamenti climatici è istruttivo vedere cosa successe sulla crosta terrestre a seguito della mutazione del clima avvenuta in quell’era geologica. La paleontologia, scienza che ha diversi proseliti nell’area matesina a cominciare dal pioniere prof. Michele Mainelli, guarda ancora più indietro prima che il Matese emergesse dal mare e a Boiano si conserva una ricca collezione di rudiste, quegli organismi marini rimasti intrappolati nelle rocce. Per merito di Ciro, il piccolo dinosauro il cui scheletro fossilizzato è stato trovato a Pietraroia, il Matese ha acquistato una notorietà internazionale per il suo patrimonio paleontologico, al quale quindi va assicurata protezione. Il Matese è, comunque, innanzitutto un’area naturale di primario interesse, anzi di « interesse comunitario », e fin dal 2.000 è stato riconosciuto SIC. Mentre con la direttiva habitat si preservano le associazioni vegetali, tra le quali ve ne sono alcune rare nel panorama molisano a cominciare dai boschi di castagno per finire alla lecceta di S. Agapito e Monteroduni, con la direttiva uccelli si protegge l’avifauna ed il Matese è diventata pure Zona di Protezione Speciale. Al contorno della ZPS c’è l’IBA che persegue il medesimo scopo della salvezza degli uccelli; si è parlato di ubicare al confine di queste aree, nel territorio di Cantalupo, un aeroporto il quale costituirebbe una minaccia sia per la futura autostrada trovandosi gli aerei in fase di atterraggio e decollo a poche decine di metri d’altezza dalle auto sia per gli uccelli che calano nella piana per abbeverarsi al Rio Bottone. L’aeroporto è l’ennesimo fattore di rischio per il sistema ecologico matesino e questa volta il pericolo, caso unico, viene dall’alto.

Particolari elementi del patrimonio ambientale del Matese sono tutelati da normative particolari, quali quella sugli alberi monumentali tra cui è compreso il « grande castagno » di Boiano. Il gambero rientra tra le specie da proteggere elencate nella legge regionale sulla fauna minore. Le richieste di concessioni idriche a scopo idroelettrico che ancora vengono presentate lungo il torrente Callora minacciano l’habitat di questi animali il quale necessita di sufficiente disponibilità d’acqua. Vi è stato un progetto Life Natura che ha interessato anche i territori di Sepino e Roccamandolfi dedicato al gambero di fiume. Tale programma comunitario è nato per incentivare l’applicazione della direttiva habitat ed il gambero è una specie di interesse comunitario, anche se più spesso con i progetti Life Natura si è teso alla conservazione delle associazioni vegetali invece che delle specie animali. Tra la fauna di interesse comunitario, rimanendo a quella che vive negli ambienti acquatici, vi è pure l’ululone che è un tipo di rana; esso si trova presso gli abbeveratoi i quali, a loro volta, sono importanti perché costituiscono « segni dell’uomo nelle terre alte » secondo la denominazione del CAI. In aggiunta essi sono indicatori del passaggio dei sentieri che per l’approvvigionamento idrico devono necessariamente congiungere le sorgenti montane le quali sono rare in un complesso carsico come il Matese dove le scaturigini più grandi stanno ai suoi piedi, a contatto con le formazioni impermeabili. Con i fontanili siamo arrivati al tema dei beni culturali tra i quali in montagna troviamo le chiesette rurali (S. Egidio) e le capanne pastorali; il campo dei beni culturali è in continua espansione e tra le aggiunte più recenti vi è quella dell’archeologia industriale della quale in questo massiccio si trovano interessanti esemplari dalla teleferica che trasportava a valle, nel periodo dell’Autarchia economica, il manganese, uno dei materiali ferrosi che insieme alla bauxite che si trova a Campochiaro sono rinvenibili in questa montagna, agli impianti idroelettrici, quello di S. Massimo. Parlare del Matese senza parlare approfonditamente di Campitello rimane una cosa per così dire monca. Con la crescita di questa stazione invernale si ha la comparsa in quota, 1.400 metri, dove non si aveva in precedenza alcun insediamento stabile, di un centro urbano. Esso è legato alla costruzione della strada che sale da S. Massimo, strada interamente sostenuta dal pubblico. In quel periodo, siamo negli anni ’60, vi è lo sviluppo del turismo automobilistico e questo rimarrà sempre l’elemento caratterizzante del turismo a Campitello favorendo il fenomeno del cosiddetto pendolarismo dello sci. Per risolvere il problema della gran massa di auto private che intasano il piazzale, uno dei più gravi problemi di Campitello, nel piano regolatore è prevista la predisposizione all’ingresso della stazione di un parcheggio di scambio modale da cui con una navetta, lasciata la propria auto, si raggiungono le piste. Negli stessi anni, che soni quelli del boom economico, si ha la diffusione dello sci in tutta Italia e la montagna viene catapultata nella modernità. Gli abitanti del posto si trovano impreparati per cui chi investe viene da fuori rimanendo ai residenti unicamente il ruolo di addetti alle attività di servizio. Neanche quello di insegnante dello sci perché seppure gli anziani arruolati tra gli alpini durante la I guerra mondiale avevano imparato a sciare non vi erano veri e propri maestri; neanche in seguito si sono formati in quest’area sciatori professionisti. Finora il carosello di piste è rimasto concentrato intorno al pianoro da cui partono tutti gli impianti e forse il fatto che essi siano così addensati provoca impatti maggiori che quelli prodotti nelle località alpine dove comprensori sciabili più estesi consentono una distribuzione più rada delle sciovie; non è, però, una soluzione accettabile per ovviare a tale problema quello dell’ampliamento delle piste verso Roccamandolfi. Anche perché sarebbe ancora più difficile far fronte all’innevamento artificiale che nelle ultime stagioni si è rivelato un rimedio indispensabile alla carenza di precipitazioni nevose aumentando la superficie sciabile.

Produrre neve artificiale è costoso per cui, pur nell’ipotesi dell’affidamento della gestione della stazione a privati una volta sciolto il Consorzio, sarebbe sempre da finanziare con fondi pubblici. I cambiamenti climatici minacciano più degli altri settori il comparto del turismo invernale per la frequenza sempre maggiore di annate senza nevosità e perciò si è pensato di diversificare l’offerta turistica mettendo in cantiere uno stadio per gli sports del ghiaccio, invero meno praticabili dello sci. Non è, d’altro canto, che ci si possa ostinare a proporre altri impianti sciistici, cioè a continuare a ripetere idee di decenni fa quando prese l’avvio la stazione, stazione che oggi, va considerato, difficilmente si potrebbe costruire per la crescita dell’attenzione alla natura. È corretto puntare all’incremento del turismo multi stagionale, favorito, di certo, dall’istituzione del Parco del Matese. Bisogna abbandonare pure la convinzione che lo sci sia capace di essere l’industria trainante dell’economia dell’intera area con il suo indotto fatto da attrezzature alberghiere e da residences; è più opportuno, come si sta iniziando a fare a valle, a S. Massimo, Roccamandolfi, ecc. puntare ad un turismo morbido basato sull’agriturismo e sulla ricettività diffusa i quali sono in grado di attivare le filiere corte dei prodotti locali, cosa assai più ardua per i resort. È in atto già una trasformazione di alberghi in altro tipo di strutture di servizio ed è quanto è successo per l’hotel Miralago e per l’hotel Cristiania che sono diventati centri benessere i quali sono tanto più attraenti quanto più sono immersi nella natura, ancor meglio se in montagna ed è quanto succede qui. Il processo di riconversione della stazione sciistica è, comunque, assai impegnativo per via della pesante eredità edilizia. A Campitello si è avuta la mera trasposizione di modelli architettonici urbani alla montagna, con la edificazione di imponenti condomini (il S. Nicola 2, le Verande,il Kandhar), conservando dell’impostazione originaria di Laurent Chappis unicamente l’edificio a ferro di cavallo, il Montour in cui sono collocate le attività commerciali, ripetendo la tipologia edilizia che aveva già utilizzato a Courchevel. Diversa è l’organizzazione urbanistica di Bocca della Selva basata su una edificazione meno compatta e con fabbricati più piccoli. A questa visione, cioè a quella di un villaggio alpino, sembra voler tendere oggi Campitello che dopo l’eccesso di megalomania urbana cerca di reinventarsi come un centro, per quanto possibile, tradizionale con la piazza pavimentata in pietra, i lampioni in stile, le staccionate in legno lungo i percorsi pedonali e così via. Non tutti, però, credono in questo sogno e c’è qualche imprenditore che insiste nel voler realizzare ulteriori edifici e di consistenti dimensioni anche a scapito della visione della montagna la quale verrebbe interdetta dal fronte del fabbricato. Quello di voler far assomigliare la stazione ad un aggregato rustico è, ad ogni modo, una semplice mutazione della pelle, non cambiando nulla nella consistenza volumetrica, quella che, per via anche della rapidità dell’edificazione del centro montano, dovette colpire molto gli abitanti della zona che videro modificarsi completamente l’aspetto della montagna e con esso loro stessi che da contadini o pastori divennero alcuni addetti alle funivie (una tecnologia che già si conosceva per via della teleferica), altri camerieri, altri ancora commessi, ecc. Il passaggio successivo che si auspica per le nuove generazioni è quello di guardiaparco, guida naturalista e le altre professioni legate all’istituzione di un parco, quello del Matese.
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La montagna quale barriera oppure no, quale spartiacque oppure no
Non è detto che a segnare il confine fra regioni debba essere il rilievo più alto. Nel Matese occidentale monte Patalecchia, m. 1400, supera in altezza la Punta Falasca, m. 1348, ma è quest’ultimo il limite del Molise; è bene dire che il Patalecchia è in una dorsale che si diparte dalla catena appenninica, l’unico caso di dorsale per l’intera lunghezza di questa montagna. Il punto che segna tale dipartenza è Colle di Mezzo, in mezzo alle aree dove vi sono sorgenti rispettivamente del Callora e del Lorda. Il Patalecchia delimita da un lato la valle del Lorda, Punta Falasca sta sull’altro lato, quello che ci separa dalla Campania, la “frontiera” interregionale.
Ciò che si sta descrivendo, va evidenziato, cioè la presenza di una vallata alle spalle del Patalecchia non la si percepisce percorrendo la strada di fondovalle che da Isernia porta a Boiano, una delle arterie più frequentate della regione. Dalla zona centrale del Molise, dal capoluogo molisano, il Matese appare come una linea continua, uno skyline unitario, un contrafforte che non ha interruzioni, non si coglie minimamente che il Patalecchia è avanzato rispetto al resto del blocco montuoso prosecuzione dell’Appennino. Così come non è una legge che le terminazioni fra territori regionali differenti siano i crinali più elevati neanche è una regola fissa

che è necessario che il termine sia uno spartiacque fra bacini fluviali differenti e anche per questo aspetto ci affidiamo al medesimo tratto della, per così dire cordigliera, matesina. Lo “spezzone” di Matese dal quale emerge Punta Falasca è evidentemente una barriera tra le acque che si dirigono verso la Campania e quelle verso il Molise, è solo che sia le une che le altre appartengono al medesimo bacino fluviale, quello del Volturno perché il Lorda è un suo affluente. Peraltro se pure fosse stato assunto il Patalecchia quale delimitazione regionale perché è quello che sta alla quota maggiore all’interno di questa biforcazione del Matese la situazione sarebbe stata la medesima, le acque dei suoi versanti vanno sempre nel Volturno, su un fianco affluiscono al Lorda sul fianco contrapposto hanno quale recettore il Carpino che le conduce al Volturno.
Solo il monte Miletto che è a monte della montagna matesina con i suoi 2050 metri costituisce la divisione tra i sistemi idrografici differenti, Volturno e Biferno non trascurando la circostanza che ciò significa che esso spartisce i flussi idrici diretti verso il Tirreno e verso l’Adriatico, cosa non da poco la divaricazione delle acque fra due distinte distese marine. Per comprendere la eccezionalità del Miletto non solo dal punto di vista dell’altitudine va notato che neanche il Mutria il quale lo spalleggia a est, il Patalecchia è a ovest, rappresenta una cesura tra bacini idrici, il bacino è unico, è quello del Volturno, dal fronte molisano l’acqua si riversa nel Tammaro che tramite il Calore sbocca nel Volturno. Si potrebbe obiettare che la configurazione regionale coincida con le fasce sommitali dei rilievi per via della loro invalicabilità come fossero sbarramenti.
In riguardo alla valicabilità si riscontra che il Matese è quasi dappertutto svalicabile, non richiedendo sicuramente il suo superamento l’adozione di un approccio alpinistico all’ascesa neanche il Miletto. Il rilievo montano è attraversabile senza particolari problemi per larghi tratti, l’essere le curve di livello estreme segmenti, ovviamente curvilinei non retti, del perimetro amministrativo comune al Molise e alla Campania e financo le linee di divaricazione fra i due mari delle acque non implica che ci siano ostacoli ai camminamenti che abbracciano le due regioni. Passiamo ora ad altro: non è difficile scavalcare le vette è notevolmente più difficile raggiungerle. Affermazione ancora più vera se si parte dal fondovalle, dai 400 metri del fondo della valle di Boiano. Vi è un tratto, in verità di estensione ridotta, in cui la montagna precipita “a picco” nella vallata, cioè non vi è la mediazione di pianori come quello di Campitello che spezzano la discesa in due tronconi.


Il primo salto, più breve, dai m. 2050 di m. Miletto ai circa 1400 metri circa della serie di piane, ancora Campitello, Capo d’Acqua, Campo delle Ortiche, le quali si susseguono 600 metri sotto, il secondo balzo è di oltre 800 metri per toccare le pendici del massiccio; da sopra, ponendosi al di sopra della parete rocciosa sovrastante la Grotta delle Ciaole si può apprezzare l’effetto eccitante di questa vertiginosa calata (non caduta!) dell’emergenza montuosa verso il piano. Tale interruzione dell’andamento “zoppo” caratteristico del rilievo matesino porta con sé evidentemente che non vi sia continuità dell’altopiano, delle superfici pianeggianti collocate in quel gradone intermedio, si determina un di qua e un di là del Miletto, ci stiamo riferendo, vale la pena ricordarlo al lato molisano, da una parte i pianori o conchette già citate e dall’altro Campitello di Roccamandolfi cui segue una sequenza di vallette afferenti a Guado La Melfa. L’elemento di rottura decisivo, un’autentica voragine, è rappresentato dai Circhi dell’Aquilania in combinato disposto con il Vallone Grande e lo Sfonnaturo.
Si viene a perdere quella strana sensazione di camminare in montagna andando in orizzontale invece che in verticale come si converrebbe in una zona in altitudine. La frattura predetta impedisce di percorrere il Matese in lungo, longitudinalmente, rimane la possibilità di percorrerlo in largo, trasversalmente, mettendo in conto che partendo dal basso dopo lo stacco da terra, un bel po' dopo, si ha un ripiano, il gradino di cui sopra, la pedata è un’area di riposo, i pianori per poi riprendere l’ascensione e raggiungere la mitica Terra di Lavoro, che sta al di là del monte, roba da intenditori!
Le caratteristiche che deve avere una cima
per essere riconosciuta come tale. Il caso del Miletto
Il Sentiero Italia del Club Alpino Italiano che tende a valorizzare la rete sentieristica storica non tocca la cima di monte Miletto, passa più in basso e ciò perché essa non è posta lungo una direttrice di percorrenza del passato, i sentieri che la raggiungono vi si arrestano, non proseguono oltre, essa costituisce la meta. Al di là del fatto che, in generale, il vertice della montagna, quasi per statuto, non è un punto di transito vi è che, in particolare, non c’erano motivi per salire in vetta sulla sommità del massiccio matesino, il cotico erboso lì è magro, poco appetibile per gli ovini, per cui i terreni situati alle quote estreme del rilievo montuoso erano poco frequentati dai pastori.
Non c’è alcun itinerario tradizionale per cui si sale fin lassù da un versante per scendere giù dall’altro. In età moderna, da quando si è andata affermando la pratica dell’escursionismo, la tendenza è cambiata, le zone ad altitudine superiore sono diventate le località di maggior richiamo per gli amanti delle camminate in montagna. Fin dai decenni terminali del XIX secolo gli apici dei monti sono diventati un vero e proprio oggetto di culto vedi la prima ascensione invernale al Miletto del 1880 circa effettuata da Beniamino Caso, nonostante che il culmine del massiccio del Matese non abbia proprio una fisionomia alpina, la passione per le ascese nasce sulle Alpi.

Nell’immaginario collettivo la conclusione di un monte deve essere qualcosa di piramidale, un picco ovvero un crinale affilato, una cresta, qui invece la morfologia dei luoghi nella striscia terminale di questo rilievo non è affatto aspra, è come se esso fosse stato smussato, il solo rimando alle asperità che connotano l’alta montagna è il circo glaciale posto immediatamente a valle del colmo del Miletto. Dell’alta quota il culmine del Matese insieme a tutta la fascia di territorio al di sopra dei 1800 metri, quindi anche la Gallinola e colle Tamburro, il limite attitudinale del bosco alla nostra latitudine, ha la caratteristica dell’assenza di alberi. La mancanza di essenze arboree e inoltre il fatto di non essere riparato da altre emergenze montuose dal transito di masse d’aria in movimento svettando sul resto dell’Appennino centro-meridionale fa sì che la sua culminazione sia sferzata abbastanza continuativamente dal vento; la ventosità è un indicatore che ci conferma che siamo in un posto esposto e l’esposizione è un connotato delle zone che stanno a monte di tutto.
Non è, comunque, l’essere ventoso un requisito in esclusiva dei posti culminali, anzi ad essere interessate dalle forte correnti d’aria sono innanzitutto le gole e i passi in cui tale elemento dell’atmosfera si incanala, sul Matese vi è significativamente il Guado della Borea. Riprendendo quanto detto in precedenza, la fascinazione per i punti più alti della crosta terrestre è una cosa relativamente recente legata non più al desiderio di avvicinarsi al cielo, dunque ad un innalzamento dello spirito, bensì alla passione che si era sviluppata già nel XVIII secolo per le scoperte geografiche. Furono le esplorazioni in terre sconosciute, i viaggi di ricerca soprattutto fuori dal continente europeo ad aver stimolato la formazione della scienza cartografica. La misurazione della superficie della Terra riguarda pure il Matese e così nel 1824 la Specola di Capodimonte incarica Leopoldo Del Re di calcolare a partire dal livello del mare l’altezza di m. Miletto che egli stabilì essere m. 2056 rettificati successivamente in m. 2050.
Le montagne, dunque, non saranno da allora in poi incommensurabili, la loro parte sommitale non sarà più una linea che chiude l’orizzonte indefinita altimetricamente, un ambiente in cui si possono, appunto, ambientare storie di fantasia, l’Uomo delle Nevi, un areale estraneo al contesto ordinario. A segnare tale nuova acquisizione di senso, quella di una porzione precisa, ben definita del territorio, non più un altrove, è la croce apposta sul suo limite estremo nel finire del 1800. Concorre a fare della vetta del Miletto un traguardo per le escursioni turistiche, non facilissime perché in sensibile salita, è accanto all’aspirazione di battere un primato, nel Centro-meridione non vi è nulla di maggiormente alto, l’amore per i panorami; una voluttà che aveva spinto, addirittura, al varo della legge del 1939, valida tutt’oggi, sulle bellezze naturali in cui è prevista la tutela delle vedute panoramiche. La groppa finale del Miletto da cui si possono scrutare contemporaneamente i due opposti mari nelle giornate limpide è sentita quale autentico belvedere, ci manca solo il cannocchiale fisso! Ritornando all’incipit di queste note è da prendere atto che il vertice del massiccio matesino è escluso dal Sentiero Italia e se ne capisce la motivazione la quale essenzialmente è che il S.I. è un trekking di cui, di certo, una vetta non può diventare un posto-tappa;


nello stesso tempo, va precisato, si ritiene che la “scalata” fino in cima possa costituire una variante del tragitto principale il quale tocca Campitello. Sarebbe nello spirito di questo lunghissimo itinerario pedonale che attraversa per intero la Penisola passando per una notevole varietà di paesaggi a tutte le isoipse, dalle curve di livello del mare a quelle collinari a quelle montane, la digressione, per chi voglia, verso la dorsale del Miletto il che costituirebbe un arricchimento dell’esperienza di viaggio. L’unicità del Miletto, vogliamo tornarci su, di essere un osservatorio sulle contrapposte distese marine quando il tempo atmosferico è favorevole, che sta in una posizione privilegiata in quanto ci troviamo nel tratto in cui lo Stivale è più stretto e quindi l’Adriatico e il Tirreno sono più vicini, giustificherebbero la variazione proposta; con un buon binocolo, non servono ottiche di tipo professionale, si riuscirebbe a vedere nel medesimo momento se l’un mare è mosso e l’altro è calmo, giustappunto un bel-vedere.
Tra appennino centrale e meridionale
Ha senso fare la traversata del Matese nel senso della sua lunghezza se la motivazione è di tipo escursionistico, molto meno se lo si intende fare per ragioni trasportistiche, raggiungere da un capo l’altro capo della montagna. Prima di continuare occorre avvertire, lo si noterà, comunque, da sé stessi, che il ragionamento che si sta per fare è marcatamente paradossale. La distanza in linea d’aria tra i due punti iniziale e terminale del massiccio è la stessa sia se la si calcola lungo la strada di fondovalle sia se la si misura in quota è solo che i valori reali sono assai differenti dovendosi effettuare muovendosi in altitudine numerosi saliscendi mentre l’arteria che corre nella vallata, parallela al fronte della montagna, è in piano.
La riflessione appena fatta vale per il distretto matesino non per altri comprensori, prendi le Mainarde che non sono affiancate, in basso, da strade di grande comunicazione, né rettilinee né curvilinee. Da sotto potrebbe apparire che il Matese sia un qualcosa di omogeneo, che il Mutria sia pienamente integrato nel massiccio e a tale convinzione ci induce la circostanza che dal basso esso si mostra come un bastione unitario, avente il versante la medesima inclinazione e raggiungendo quote rapportabili fra loro. Un indizio, però, ci dovrebbe insospettire che si è al cospetto di un fatto morfologico con qualche incongruenza al suo interno; si tratta di un leggero disallineamento nello sviluppo della “cordigliera” matesina,

con il Mutria che non è perfettamente in asse con la restante porzione della nostra emergenza montuosa. Altrimenti, per quanto detto sopra in riguardo all’elevazione e alla pendenza del fronte sembra un tutt’uno. La diversità sostanziale è che mentre il blocco centrale del Matese costituito dall’accoppiata Miletto-Gallinola ha un andamento, in verticale, gradonato, per la verità un unico gradino, il Mutria, invece, presenta una assoluta continuità nell’incedere verso l’alto. In altri termini, i rilievi più elevati del Matese, Miletto e Gallinola, sono preceduti da una fascia di altopiani tra i quali il principale è Campitello per cui è come se fossero poggiati su tali pianori, da qui la forma “zoppa” di questo settore, che è poi quello baricentrico, della formazione montana. Per tale scalettatura morfologica i fianchi del Miletto e della Gallinola non proseguono fino a valle, mentre le spalle del Mutria vanno da sotto a sopra.
Chi passa o vive nella conca valliva incentrata su Boiano non si può accorgere di quanto succede lassù perché la parete del sistema di monti denominato Matese che autenticamente precipita nella vallata riduce le aperture dei coni visivi. Il profilo della bastionata che interrompe la visione prospettica coincide per quanto riguarda il duo Miletto-Gallinola con il crinale in cui si susseguono Le Tre Finestre, Colle Bellavista, Costa Alta ecc. che delimita la serie pressoché interrotta delle piane carsiche opposto alla cresta degli appena menzionati “gemelli-diversi”. Poiché l’altezza dal livello del mare di questa “serra” è comparabile con quella del Mutria si ottiene uno skyline unico che chiude l’orizzonte della piana bojanese. Quanto esposto non è solo una questione formale ma è anche una faccenda sostanziale e si spiega subito il perché: l’Appennino Centrale è contrassegnato dalla presenza degli altopiani proprio come

succede nel Matese ad esclusione del suo pezzo finale che è il Mutria il quale ha la sua estremità superiore tondeggiante punteggiata da 7 mini-doline che si chiamano “chianelle”. Pertanto, la Sella del Perrone che separa e, ovviamente, nello stesso tempo congiunge il Mutria al gruppo montuoso che sta al centro del massiccio, può essere considerata il punto di passaggio tra i due Appennini Centrale e Meridionale. I geografi solitamente propongono quale momento di transizione la Sella di Vinchiaturo oppure il Passo di Rionero, non tenendo conto che sono località non situate dentro la catena appenninica bensì nella fascia preappenninica. La Sella del Perrone, si annuncia che stiamo per parlare d’altro, è il solo valico che c’è nel Matese, è un flesso, geometricamente parlando, in cui termina un monte e il successivo inizia.Poiché naturale posto di passaggio su di esso convergono la strada che taglia trasversalmente, il massiccio, da Guardiaregia porta al Lago del Matese, e quella che lo attraversa longitudinalmente,

